venerdì 31 marzo 2006
La Vanità di sentirsi amati
quando lei mi disse:
"Sono innamorata di te"
dura troppo poco la vanità di sentirsi amati
un po' di gratitudine,poi voglia di fuggire via..
...
Ci sarà un altro posto nel mondo
una strada che riparte da qui
ci sarà un altro istante nel tempo
per vivere tutte le vite possibili che
volevo io
Un auto in lontananza sfocata dal sole
viene verso di me
il caso ci porge infinite possibilità
che non possiamo cogliere
e si pérdono.
non serve a niente ormai guardarsi indietro
(Mario Venuti)
Inaspettata gioia
un bacio speciale per un amico che ho sempre nel cuore. deb (segue numero di telefono e indirizzo email)
Questo sms mi è arrivato ieri sera, da una persona conosciuta tre anni fà e mai più vista. Una gioia inaspettata, in un momento per me decisamente negativo.
giovedì 30 marzo 2006
Giradischi
Mi capita raramente di essere triste, di quella tristezza profonda che assomiglia a un pozzo senza fondo, che risucchia nel buio ogni cosa, che spegne e che azzittisce.
Come un giradischi a cui viene staccata la spina: un vecchio giradischi, continua per inerzia, sobbalza, finché arreso si ferma.
Note che restano nell'aria per un po': infine si spengono, e resta il rimpianto.
Oggi mi sento triste così, come quel giradischi.
lunedì 27 marzo 2006
La lampadina fulminata
Vorrei non dovermi affezionare alla lampadina fulminata perchè quando sono entrata in casa era funzionante e quindi il fatto che si sia fulminata testimonia il mio passaggio, il mio utilizzo, il mio vivere quel posto ...
Mi chiedi se sei strana. Come posso dirti che sei strana, io che sono assai più strano di te ? Io che da quando avevo dieci anni mi sforzo di farmi guardare dai bambini nelle carrozzine e in braccio alle madri affinché un qualche ricordo di me sopravviva, con la speranza che il mio passaggio non venga disperso al vento come lo saranno le mie ceneri ? Io che sono capace di innamorarmi di una persona senza averla incontrata, di una persona prima che di una donna ! Io che ancora mi illudo di trovare l'amore, quello vero, quello che unisce due anime, quello che fa attrarre due corpi perché le anime si servono dei corpi, e non viceversa !
Mi chiedi se sei strana: io sono orgoglioso di essere strano ! Io sono stato spesso incompreso e continuerò ad esserlo. Io non ho capito che cos'è la vita, e me ne vanto di fronte a chi dice di averlo capito ! Io che non volevo figli e che ora li amo sopra ogni cosa, io che vorrei sapere che una nuova vita cresce dentro di te, e non come scusa per facili e banali proposte indecenti ! Io che continuo a dire "io" sembrando egocentrico. Sono l'unica certezza che ho, me stesso. Tutto il resto del mondo è bello, è crudele, è tenero a sua insaputa. C'è una sola esistenza, e abbiamo il dovere morale di riempirla di coscienza. Pensieri, emozioni, poesia: la forza creatrice che ci fa essere vivi, la parola che si scrive attraverso di noi. Questa stranezza io vivo e forse anche tu vivi.
Se un giorno mi rivedrai nel vetro opaco di quella lampadina fulminata, sarò io, e ti dirò: "Mi hai acceso, io non dimentico: e tu non dimenticare quella luce che grazie a te è vissuta in me".
Illusioni virtuali
Ho scritto un film con Woody Allen. Ancora non abbiamo scelto il titolo. Si potrebbe chiamare "Illusioni virtuali", ma ancora non siamo del tutto convinti. Intanto, dovremo trovare chi lo produce.
Parla di situazioni affettivo-virtuali che diventano spesso coinvolgimenti reali. Parte dalla seguente battuta:
Ci sono due tipi di persone: quelle che conoscono gente in "chat" e quelle che "chattano" con gente che conoscono. Io appartengo al secondo tipo.
Per reclutare gli attori, a parte io e Woody, non penso che ci saranno grossi problemi.
sabato 25 marzo 2006
Buonasera (seconda parte)
L'uomo era rimasto immobile e continuava a guardarlo, fissandolo coi suoi occhi neri. Era alto, fisico asciutto, età indefinita, ma non più giovane. Si sarebbe detto un bell'uomo. Portava un impermeabile lungo, scuro, forse nero. "Tu non mi conosci" disse con tono indisponente. Non gli piacque affatto che uno sconosciuto gli desse del "tu". Era segno di guai in arrivo. "Tu non mi conosci, ma io so chi sei" riprese a dire lo sconosciuto. Peggio ancora ! Rimase fermo, respirò a fondo silenziosamente. Bisognava fronteggiare la situazione, qualunque fosse la maledetta sorpresa che si nascondeva dietro quel volto. Il cuore accelerò e prese quel ritmo saltellante che aveva sempre in queste occasioni. Come diceva scherzando con gli amici, era un animale nato per lottare, anche se ormai, con tutte le battaglie giuste o sbagliate che si era lasciato alle spalle, alla sua età avrebbe preferito evitare. Non aveva ormai più niente da difendere né da conquistare. Quello che aveva avuto dalla vita poteva considerarsi tanto, o nulla, a seconda del punto di vista. Nato in una famiglia modesta, aveva conosciuto la povertà durante l'infanzia, quella che angosciava tanto sua madre, la quale si ingegnava di fare la spesa al mercato nelle ore più tarde, quando la verdura costa meno, anche se ormai è rimasta solo quella di qualità più scadente. Quella che limitava la carne una volta a settimana, e spesso era spezzatino nel sugo, e lo stesso sugo durava tre giorni. Quella che gli faceva sembrare una festa la frittata del venerdì. La stessa povertà che lo aveva abituato ad un solo bagno alla settimana, dentro la vasca di ghisa smaltata e qua e là scrostata, riempita coi pentoloni di acqua fatta scaldare sui fornelli di cucina, sempre troppo bollente all'inizio, che poi diventava subito fredda. E i capelli glieli lavava mamma, rovesciandogli la testa all'indietro nel lavandino, e lui che ogni volta aveva paura di morire soffocato dalle catinate d'acqua che lei gli versava sulla testa. E la sera andavano, lui e sua madre, incontro a suo padre nel campo sterrato che costeggiava la loro casa di borgata periferica, con una piccola torcia elettrica. Suo padre tornava con l'autobus e la fermata era in aperta campagna. A cena ascoltavano tutti e tre la radio: prima le notizie, poi, quando c'erano, le commedie recitate. Quante ne aveva sentite, finendo per addormentarsi sulla sedia ! Non andava ancora a scuola, e a quel tempo non c'era l'asilo gratis a portata di mano in quella borgata. Tutto questo gli passò per la mente in un attimo, e si sentì imrovvisamente stanco, molto stanco. Non aveva nessuna voglia di affrontare l'eenesima battaglia inutile con quello sconosciuto che l'aveva forse aspettato per tutto il giorno, meditando chissà quale assurda vendetta, chissà quale affare da discutere o da sistemare.
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Ormai non poteva tirarsi indietro. Prese il coraggio a due mani, tirò un respiro lungo, silenziosamente; sentì il cuore pompare più forte, come gli accadeva sempre in quelle situazioni: gli occhi erano diventati due fessure, i muscoli erano tesi, la voce si fece metallica. "Io invece non la conosco. Mi dica, che cosa vuole da me ?" aveva volutamente usato il "lei", per creare una distanza. Quella mossa non ebbe effetto, almeno apparentemente. "Sono qui per una soluzione definitiva. Sono venuto a prenderti". Bisognava ribattere, cercando almeno di ottenere uno straccio di spiegazione. "Per portarmi dove ?". "Lo capirai presto. Io ti ho dato tutto, tutto quello che hai avuto dalla vita: un'infanzia povera ma felice, un'adolescenza combattuta ma piena di avventure, un'età adulta libera e piena di emozioni, una maturità che ti ha riempito di affetti ...". "Aspetti un momento" la sua voce era ormai un sibilo "non è stato tutto così rose-e-fiori come lei vuol farmi intendere ! Nell'infanzia ho avuto il mio bel daffare a conquistarmi la vita giorno per giorno, nell'adolescenza vogliamo parlare del mio sentirmi sempre un pesce fuor d'acqua, sempre a cercar di capire come non fare errori, sempre solo, davanti a qualcosa di sconosciuto, e poi l'età adulta ! andiamo ! un bel fallimento sentimentale a trent'anni ! e l'età matura ? tu chiamale se vuoi ... depressioniiiii" faceva il verso a Lucio Battisti. Poi come di soprassalto: "ma lei perché dice di avermi dato tutto questo ? Lei chi è insomma ?!" "Io ti accompagno da quando sei nato: non confonderti, vedendomi di aspetto più giovane di te, io cambio forma, espressione, perfino voce, io sono ciò che dev'essere, fino alla fine ... fino alla fine ..." quella voce echeggiava nell'androne deserto e illuminato solo dalla luce fioca dell'unica lampadina che non si era ancora fulminata. Quante volte gliel'aveva ricordato, a quel fannullone del custode, che c'erano le lampadine fulminate da cambiare. Ma lui no, d'accordo con l'amministratore del condominio, che ogni anno caricava una cifra spropositata per "sostituzione lampade", blaterando che se avesse chiamato un elettricista per ogni lampadina fulminata, sai che conto ! invece ci pensava in prima persona, facendosi aiutare dal custode ... ecco i risultati ! Un androne sempre mezzo buio, in cui si rischiava di inciampare in quei maledetti mezzi gradini a metà del corridoio ! Accidenti ! Quell'uomo era ancora là, non accennava a volersene andare. La sua mente invece era confusa da tutti quei discorsi, aveva soltanto voglia di rientrare a casa e mettersi comodo, finalmente ! Si sarebbe rinfrescato un po' in bagno, avrebbe acceso lo stereo, mettendo un po' di musica, avrebbe preso un libro, magari uno di quelli che aveva lasciato a metà, come faceva spesso, e si sarebbe accomodato sul divano, il suo divano, un po' vecchio e malandato ma comodo, ormai come assuefatto al suo peso, alla forma del suo corpo. Come succede alle persone che vivono da sole, aveva un rapporto quasi di amicizia con le cose che lo circondavano, nella sua casa. Innanzi tutto il suo letto: era là che si svegliava ogni mattina, allo squillare penetrante della sveglia. Già, la sua sveglia: l'oggetto che odiava più di tutti, ma in fondo ci era anche affezionato; non l'avrebbe cambiata per nessun motivo al mondo. E ogni sera controllava che funzionasse a dovere, prima di mettersi a letto. Fra gli oggetti che invece amava c'era la caffettiera. Una vecchia moka in alluminio, piccola. La riempiva con cura, avvitando bene la parte superiore sulla caldaietta, stringendo forte. Poi la sistemava sul fornello più piccolo, accendeva e regolava la fiamma al minimo, tanto che a volte d'estate a finestre aperte un colpo di vento, quasi senza farsi notare, spegneva la fiamma. Pazientemente allora la riaccendeva e aspettava che il primo sbuffo di caffè facesse la sua comparsa nel recipiente superiore. Sbirciava sollevando il coperchio: che strano, da quando aveva imparato a fare il caffè, cioè da quando andò a vivere per la prima volta da solo, ogni volta paragonava l'uscita di quel liquido denso, odoroso, ad una sorta di eiaculazione, prodotta dall'orgasmo silenzioso e potente di quel piccolo mostro-caffettiera. Si sentiva un pervertito guardone, a spiare l'attimo del godimento, lo schizzo liberatorio di tanta potenza finora trattenuta. Ed era contento di averlo in qualche modo provocato, così come pregustava il momento in cui avrebbe assaporato quel prezioso liquido, aromatico e caldo. Spegneva accuratamente la fiamma prima che il residuo vapore guastasse annacquandolo il suo perfetto caffè ormai pronto per essere gustato. Poi c'erano la sua chitarra, quella che aveva ricomprato perché la sua "gloriosa" aveva tirato le cuoia, il suo stereo, i suoi dischi, insomma la sua musica.
Meno di un istante per pensare tutto questo. Quell'uomo si mosse, lentamente. Portò la mano destra alla cintura. In un lampo estrasse qualcosa. Luccicava sinistramente. Una lama. Un coltello. Il cuore prese a battere più forte. Cercò di fuggire, ma quell'uomo fu più rapido. Lui incespicò su un gradino là in mezzo al corridoio male illuminato. L'uomo gli fu addosso e con una mossa fulminea lo colpì. Senti una fitta fortissima, proprio là, in mezzo al petto. Cadde senza un lamento, giusto il tempo di sentire le ultime parole che quello sconosciuto disse, un attimo di sparire attraverso il portone ancora aperto: "Io sono il tuo Destino, e sono venuto per portarti indietro ... indietro ... nel Grande Buio da cui tutti vengono, a cui tutti sono destinati".
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Al mattino presto, verso le sei, il custode uscì dalla sua abitazione-guardiola e trovò quel corpo ancora mezzo rattrappito, là in mezzo all'androne. "Infarto miocardico" sentenziò il medico legale "dev'essere successo intorno alle 11, mezzanotte. Portatelo all'obitorio per l'autopsia". Non c'erano tracce di sangue. Nel trambusto non si era accorto, il custode, che il portone quella mattina era stranamente aperto.
venerdì 24 marzo 2006
La mia nuova compagna
Senza cupidigia ma con un certo orgoglio, la osservo.
Nel complesso, è luminosa: sicuramente ha un fisico giovane e scattante.
È molto discreta, ma sempre disponibile.
È forte, silenziosa, affidabile.
Non c'è bisogno di sottolineare che è ... bella !
Esteticamente, è superiore a molte altre.
Sì, credo proprio che faremo molta strada insieme !